E' il titolo di un libro della
famosa psicoterapeuta dell'adolescenza, Stefania Andreoli, che lo ha scritto
per aiutare i tanti genitori di bambini e adolescenti che dicono di essere
ansiosi o che dimostrano di esserlo attraverso comportamenti tipici: mangiano
le unghie, tormentano i capelli, lamentano mal di pancia e mal di testa, hanno
disturbi del sonno e, nei casi peggiori, anche un cattivo rapporto con il cibo.
I bimbi più piccoli in genere si agitano di fronte a nuove importanti
esperienze, come l'inserimento in una nuova classe o una gita scolastica, e
l'ansia può derivare dalla paura delle novità, o dal timore del confronto con
gli altri bambini, specie quelli prepotenti o abituati a maniere un po' più
"spicce".
Ma da cosa deriva l'ansia? In genere da una paura non superata. La
paura, in generale, è utile perché ci permette di difenderci di fronte ad un
(vero o presunto) pericolo. Da piccolissimo, ad esempio, il bambino ha paura
dell' abbandono da parte della mamma, ma con la crescita la paura perde la sua
forza: la mamma, anche quando va via, poi ritorna e il bambino capisce che il
pericolo che teme, in realtà, non esiste. L'ansia arriva quando una paura
sembra superata, ma in realtà ne nasconde un'altra non ancora elaborata. Un po' di ansia è normale perché spinge a
essere più pronti, ma negli adolescenti di oggi è molto diffusa la paura dell'insuccesso
scolastico che genera a sua da prestazione. Sono adolescenti già stressati, in
cerca di perfezione: la paura del brutto voto è in realtà la paura di deludere mamma
e papà, quindi in qualche modo di tradire le loro aspettative e di perdere il
loro affetto. I genitori infatti oggi presentano ai figli numerosi stimoli e
opportunità, vogliono preparare loro un bel futuro ricco di soddisfazioni, ma
in questo modo il figlio si sente eternamente in debito con loro, e se sbaglia,
non all'altezza di tutte le cose belle che loro gli hanno dato. Ma i figli
dovrebbero piacerci per quello che sono e non per quello che vorremmo fossero. E le figlie? Hanno paure maggiori
e diverse dai maschi, legate alla loro identità sessuale. Ai maschi si dice di
non aver paura, crescono in modo spericolato e vengono incitati a fare tutto; a
loro non si danno tanti divieti perché così potranno diventare forti e
coraggiosi. Con le femmine i genitori tendono invece a essere iperprotettivi, a
tutelarle evitando loro i pericoli, ma anche il divertimento. Se una bambina ha
paura, la si asseconda, invece di spingerla a provare e superarla (il maschio
non succede). Le bambine vengono invitate allo studio, ai lavori di casa, ad
attività di accudimento, ma non a quelle fisiche o motorie perché considerate rischiose
e perché portano presto fuori casa. Invece l'attività fisica genera autostima e
le parole di allarmismo e le reazioni esagerate davanti a pericoli possibili,
ma di certo non mortali, generano ansia e consolidano la paura, che in adolescenza diventa insicurezza. Bisogna
lasciar vivere ai nostri figli esperienze spontanee, non per forza pianificate
attraverso corsi, attività, progetti strutturati
in luoghi chiusi, dove c'è socializzazione ma niente è imprevisto e c'è poca
libertà di movimento. Anche alle bambine ci si deve rivolgere come ai
maschietti, perché le parole plasmano le idee: per dare le stesse opportunità a
tutti, il linguaggio non deve essere riduttivo ma deve incoraggiare a superare
le paure e a mettersi alla prova. Incoraggiamo i nostri figli a fare tutto, perché possono,
indipendentemente dal loro genere. Quando di mia figlia dicono che è una bambina "tosta", capisco che intendono dire "impegnativa"...ma dentro di me ne sono molto orgogliosa!
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