Di fronte ad un bambino che fa qualcosa di particolarmente insolito o straordinario per la sua età, ogni madre ha pensato almeno una volta "mio figlio è un genio!" O, magari, un'altra mamma fa osservazioni del genere al parco o a una festa di compleanno e allora si prova a risalire alle altre occasioni nelle quali il piccolo di casa (o la piccola), che dovrebbe pensare solo a godersi la sua età, ha mostrato in passato caratteristiche che lo avvicini alla categoria del genio. A me non è mai successo e sinceramente ne sono sollevata...non avrei saputo come comportarmi: cosa si fa in questi casi? Su questo tema, recentemente ho visto in TV un film illuminante: Gifted. Il dono del talento. E' un film americano che racconta la storia di una bambina di 7 anni, Mary, rimasta orfana (la madre si è suicidata quando lei aveva 6 mesi) e cresciuta dallo zio materno. A scuola, durante la lezione di matematica, la bambina risolve una moltiplicazione a tre cifre e trova anche la radice quadrata, mentre la maestra sta ancora scrivendo sulla calcolatrice. Lo zio viene subito avvisato: la bambina è chiaramente plusdotata, risolve calcoli ed equazioni con incognite e una scuola "normale" non potrà mai aiutarla a sviluppare il suo talento. Per lui non è una buona notizia: anche sua sorella lo era ed è stata costretta, da bambina, a frequentare scuole per piccole geni, crescendo talmente infelice sotto il peso delle aspettative altrui da arrivare a suicidarsi da adulta, nonostante la sua bambina appena nata. La nonna materna, che rivede nella nipotina la figlia suicida, a colpi di avvocato riesce ad ottenere di farla trasferire in una scuola privata per bambini gifted, che è molto costosa e che sarà pagata da una coppia di genitori affidatari. Sicuramente Mary trova un ambiente adatto alla sua straordinaria intelligenza; questo però implica un nuovo trasferimento e il distacco dai parenti più vicini alla mamma. Lo zio giustamente non è d'accordo, perché più della matematica o del successo sono importanti gli affetti, le relazioni e la possibilità di crescere con serenità, specialmente per la piccola Mary, che ha perso la mamma e l'infanzia così presto. Ma la nonna è inamovibile, fino ad arrivare in tribunale. Chi ha ragione dei due? Mary, alla fine, frequenterà le scuole pubbliche con i suoi coetanei, avrà amici della sua età ma accederà anche a corsi universitari per allenare la sua "dote" matematica.
Tutto bene, allora? Non so... Questa conclusione potrà sembrare un buon compromesso per una mentalità all'americana; e infatti la plusdotazione è una creatura anglosassone che fa fatica a crescere anche nel resto d'Europa. In Italia sarebbe a dir poco strano vedere una bambina di 7 anni in un'aula universitaria e forse è un bene che non sia possibile. Qui, attualmente, esiste solo un centro che accoglie bambini ad alto potenziale, il Lab Talento di Pavia, dove vengono anche effettuati i test per arrivare alla diagnosi Ma come fa un genitore a capire se il proprio figlio - o figlia - è dotato? E a gestire la situazione? In genere, intorno ai 4-5- inizia ad essere evidente se un bambino ha una marcia in più rispetto ai suoi coetanei: sa produrre pensieri creativi e mostra una predilezione per un ambito o una materia ben specifico. Questo non significa che debba eccellere in tutto: può essere uno scrittore in erba, un matematico o artista, ma difficilmente tutte queste cose assieme, anzi appare addirittura settoriale, soprattutto a scuola. In più, lo sviluppo di questi bambini si dimostra disarmonico, asincrono perché la testa, cioè la dimensione cognitiva cresce molto più in fretta rispetto all'area emotiva e al corpo. In ultimo, il bambino di talento in classe si annoia perché finisce il compito prima degli altri, non sa cosa fare, richiama l'attenzione o disturba muovendosi e facendo rumore come se avesse problemi di iperattività; le bambine, invece, sono più tranquille, se hanno già ultimato il compito, leggono o riflettono tra sé e sé nell'attesa che la lezione proceda, dando alla fine l'impressione di essere distratte o con la testa tra le nuvole. Bambini fraintesi, dunque, non capiti e oggetto di conflitto (tanto per cambiare) tra gli insegnanti, cui si rimprovera di non saperli valorizzare, e genitori, che vorrebbero per i loro figli gifted un trattamento ad hoc. Ma secondo me sarebbe meglio semplicemente osservare il bambino e assecondare le sue inclinazioni, perché la pratica e l'esercizio portano alla luce due cose: la passione e la reale capacità, senza ansia da prestazione legata ai voti o alle valutazioni. E quindi senza il sotteso obbligo, per il figlio, di dover corrispondere alle aspettative dei genitori. Un bambino plusdotato è comunque un bambino che deve poter giocare, fare esperienze, sbagliare come tutti gli altri e accettare l'errore come parte della crescita; la sua vita non deve essere sacrificata al suo talento, se lui non è d'accordo fino in fondo o non è portato per la competizione (e va bene così). Il talento infatti andrebbe visto dalla prospettiva del bambino e non da quella del genitore: non ha nulla a che fare con la scuola, con il profitto, la performance, il risultato. Si tratta invece della propria passione, di qualcosa che fa stare bene e dà serenità fin da piccoli; qualcosa che si fa non per avere successo o guadagnare, anzi al contrario, è uno spazio privato in cui trovare soddisfazione. Dovrebbe essere così per i bambini e se riusciamo a conservare un "talento" anche da grandi, sarà bellissimo. E adesso scusate, vado a giocare a "Indovina chi" con mia figlia. Non per vantarmi, ma sono particolarmente brava a individuare le identità nascoste...
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