Oltre alla propria comunità, ci viene incontro, come sempre, la rete con le sue communities. Il web ha salvato in corner chi, nel periodo del lockdown, lavorava in settori a stretto contatto con il pubblico. Mentre le attività commerciali abbassavano le saracinesche e alcune si trasformavano in e-commerce, attraverso siti e piattaforme di vendita, i corsi di formazione online crescevano in quantità e varietà, le palestre diffondevano corsi di di fitness e cura del corpo tramite Youtube e Ig in sostituzione agli abbonamenti già acquistati, i ristoratori hanno mantenuto i contatti con i clienti tramite l'asporto e la consegna a domicilio e i supermercati lo stesso. E tante persone sono passate da orari di lavoro di otto ore in ufficio a non andarci proprio più, in ufficio, o a crearsene uno proprio personalizzando un angolo di casa, facendo di necessità virtù. Con coraggio e tenacia. Ancora una volta, statisticamente, sono state le donne ad ingegnarsi e a imparare gestire un e-commerce con ordini, consegne, fatture e resi, senza conoscenze, esperienze pregresse, dopo aver fatto tutt'altro per anni; a creare un sito web da zero, a rendere la propria vetrina accattivante e a farsi conoscere, per pubblicizzare la propria attività, trovare nuovi clienti e fidelizzarli costruendo una comunità attorno ai loro prodotti o servizi. Attraverso i social media, sempre vituperati ma oramai indispensabili, si creano eventi, trasmissioni in diretta, mailing list e tutto quanto può servire a raggiungere un'ampia fetta di pubblico contenendo i costi di marketing e di pubblicità. Online si può cercare lavoro ormai in qualsiasi ambito, sui social ci sono gruppi che offrono molteplici possibilità, dalla baby sitter al seo, dal creatore di siti web alla badante per gli anziani: quindi senza aprire partita iva e fare investimenti, grazie al passa - parola non si resta con le mani in mano. Viva il lavoro digitale, allora. Ma come se la passa chi lavora ormai stabilmente in smart - working? Durante il lockdown, il lavoro agile è stato accolto con scetticismo: era il male minore in una situazione di profonda instabilità; in seguito, è diventato una modalità più che desiderabile per conciliare famiglia e lavoro e mantenere degli spazi di libertà; adesso è di nuovo in discussione, a causa della crisi energetica. E chi ha ripreso a lavorare in presenza? Si sente sollevato o pensa che "si stava meglio quando si stava peggio"? Scrivetemi nei commenti!
Bene, il dado è tratto. Si parte con il piano B della vita. Con gli ultimi soldi o il premio di uscita, se c'è, si investe: su un viaggio dall'altra parte del mondo, su un master in materie completamente diverse da quelle studiate o sulla creazione da zero di un'azienda online, insomma, su se stessi. Quello che si spera di ottenere, cambiando lavoro e stile di vita, è la libertà di gestire i propri orari, di avere del tempo a disposizione per dedicarsi anche ad altre attività, poter lavorare in qualunque luogo da remoto - anche in settori completamente diversi, mettendo a frutto una passione o una skill trasversale acquisita negli anni, che sia cucinare per 15 persone, organizzare un viaggio itinerante con bambini piccoli o diventare istruttore di qualche disciplina sportiva di cui si è appassionati. E le donne hanno anche in questo hanno fatto da apripista. Il lockdown dovuto al covid ha costretto molte di noi a ripensare all'organizzazione familiare e della vita quotidiana: sulle spalle delle mamme è ricaduta la gestione della dad con i figli a casa e si lavorava di notte per rispettare le scadenze; quelle che hanno provato a chiedere un part time, un cambio settore, una maggiore flessibilità difficilmente li hanno ottenuti, a meno che non fossero utili anche alle aziende. Questo sovraccarico emotivo e di incombenze ha suscitato dubbi e fatto nascere una domanda fondamentale: vale davvero la pena di rincorrere il tempo o è possibile ipotizzare un'alternativa più umana? E così, chi passava giocoforza ore davanti al computer ne ha approfittato per fare corsi, leggere, formarsi e informarsi; ha aperto la sua mente a nuove realtà, fino a quel momento ignorate o neanche prese in considerazione, perché considerate poco realistiche, e preso il coraggio a quattro mani per mettere in atto la propria piccola grande rivoluzione. Le quaranta - cinquantenni si sono scoperte imprenditrici, creatrici di startup, nomadi digitali; non sono solo ragazze appena uscite dall'università o donne single, ma persone con alle spalle anni di gestione dell'azienda - ufficio e della (azienda) famiglia che a questo punto non temevano neanche più di tanto la prospettiva di mettersi in proprio. Le responsabilità ci sono lo stesso, ma almeno si lavora per se stesse, si può ricavare del tempo in più per la propria famiglia o per dedicarsi ad un'attività messa da parte per anni. Forse quella stessa attività, fino a quel momento considerata solo un hobby, persino un pò stravagante o comunque poco o comune, è diventato con il tempo un lavoro in un settore di nicchia, perciò richiesto e, con un margine di un paio d'anni, anche una fonte di reddito.
Il fattore T., il tempo, anche in questo è la chiave di volta: l'unica vera ricchezza nel nuovo millennio, è fondamentale per attuare il cambiamento senza rischiare di dover tornare precipitosamente indietro a causa di un errore...di calcolo. Ultimamente mi sono documentata leggendo vari esperti - dal solito Robert Kyiosaki a Francesco Narmenni fino a Monica Lasaponara - e tutti, dai piccoli ai grandi economisti, sociologi, psicologi del lavoro e coach raccomandano, naturalmente, di non lasciare il proprio lavoro da un momento all'altro (!) e comunque non prima aver posto delle basi solide sulle quali impiantare una nuova vita. Non è un salto che si possa fare in un attimo e senza rete di sicurezza, anzi per prepararsi occorre almeno un anno, durante il quale continuare a lavorare come sempre per mettere da parte il proprio stipendio e costruire una lista bella densa di contatti e riferimenti, in particolare nel mondo del cosiddetto "pitch working", ovvero dei lavori autonomi, per liberi professionisti e freelance.
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