Ed eccoci subito pronti per la prima importante tappa del nuovo anno: l'iscrizione alle scuole superiori. Dopo aver partecipato agli open day- non così tanti in realtà, una preselezione era già stata fatta -, aver valutato pro e contro e terminato l'ultimo girone eliminatorio, la decisione è stata presa e io sono qui ad aspettare che arrivi il fatidico giorno, per attaccarmi al pc, farmi amico lo Spid e iniziare la mostruosa procedura. Completandola, si spera (e in tutto questo dovrei anche rientrare al lavoro, ma che volete che sia). Ce la farò, insieme ad altre migliaia di genitori, ad uscire viva dalla piattaforma Miur guadagnandomi il salvifico messaggio "procedura di iscrizione completata con successo"??
A casa stiamo già precorrendo i tempi: qualcuno qui ha fretta di crescere, cambiare, andare. Negli anni ho visto lo stesso atteggiamento in tanti alunni di terza media, il desiderio che l'anno fosse finito a gennaio, la voglia di concludere il prima possibile, superare lo scoglio dell'esame, trascorrere un'estate possibilmente senza compiti e buttarsi nell'avventura della nuova scuola, a detta di tutti più impegnativa e faticosa, più lunga di certo, ma soprattutto nuova, carica di novità più sfidante. Perché questa è la parola chiave: novità. Ora che mia figlia ha la stessa età e sta attraversando la stessa fase, rivedo in lei questo insieme di ansia, paura, curiosità, voglia di cambiare e capisco che sforzo sta facendo per affrontare e gestire un insieme di sentimenti così contrastanti e forti, e nel frattempo andare avanti rispettando gli impegni, studiando e cercando di mantenere una vita personale, affettiva, soddisfacente al di là della scuola. E anche questa è una nota dolente, per quanto sia vietato parlarne troppo spesso o troppo apertamente, pena lo scatenarsi di nervosismo e lacrime: molte sue compagne hanno fatto scelte diverse e non le ritroverà alle superiori; tra queste, un paio di ragazzine alle quali è molto affezionata, con loro ha un legame fortissimo che va ben oltre la condivisione delle giornate scolastiche e giustamente soffre al pensiero di perdere degli affetti che oggi vive quotidianamente.
Credo che proprio per non pensarci, a questo e a tutte le altre implicazioni che un cambiamento così grande comporta, mia figlia corra con la fantasia ad un futuro ben più lontano. Complici i racconti di ragazze più grandi, sorelle maggiori di suoi compagni, amiche, cugine (e anche della mamma boomer, che ne parla ancora con l'entusiasmo dei vent'anni), in casa già si è parlato più volte dell'anno di scuola all'estero, di scambi culturali, addirittura di gap year e progetto Erasmus, suscitando in noi genitori prima un certo stupore e poi naturalmente il panico. Non solo per motivi economici - abbiamo fatto una piccola ricerca preventiva, così, senza fretta, e abbiamo appurato che un anno scolastico in una scuola all'estero, in una destinazione non troppo a lungo raggio e al netto di eventuali borse di studio, costa quanto un'auto di media cilindrata secondo Quattroruote - ma soprattutto perché mia figlia finora ha sempre categoricamente rifiutato di andare pressoché ovunque senza di noi. Quindi niente centri estivi, niente gruppi di studio/lingue/sport gestiti da animatori in college e residence per studenti, fatta eccezione per un corso alla H-farm, che risale oramai a tre anni fa e ed eravamo insieme in un appartamento preso in affitto per l'occasione, e alla casa dei nonni (almeno da loro resta a dormire anche se noi non ci siamo..). Per il momento sembra che il distacco sia ancora difficile da affrontare, anche solo l'idea.
Eppure, se per scherzare le dico che quando sarà il momento dello scambio io prenderò un anno sabbatico dal lavoro per seguirla, mi risponde di non provarci neanche: lei sarà più grande, più matura, in grado di cavarsela da sola grazie all'esempio degli altri ragazzi che conoscerà lì - perché negli altri paesi la mentalità è diversa e i suoi coetanei secondo lei sono molto più liberi e autonomi - e forse anche grazie alle esperienze fatte con noi genitori e agli insegnamenti che ne saprà trarre. Che risposta fantastica...e che responsabilità! Vera, però, perché è proprio così: spetta a noi insegnarle a stare al mondo e io spero di esserne in grado. Per fortuna mancano ancora quattro anni almeno, e se decidesse, dopo il diploma, di prendersi un anno di pausa per lavorare o fare volontariato anche dall'altra parte dell'oceano, avrebbe già 19 anni e si rivolgerebbe sicuramente a delle associazioni (impensabile andare da sola così lontano) e dopo un'esperienza del genere, forse desidererebbe stare un pò a casa - chissà. Ho sentito tanti ragazzi, al ritorno, raccontare la nostalgia per uno stile di vita più autentico e semplice e per i tramonti africani e non so immaginare, adesso, che effetto tutto questo potrebbe avere su mia figlia, una ragazzina generosa, creativa e curiosa. E chissà cosa penserebbe del progetto Erasmus: io lo ricordo come un anno unico, nel bene e nel male, imperdibile comunque e spero che, se mia figlia lo farà, potrà goderselo fino in fondo, con meno paure e più gioia. E con qualche visita da parte dei suoi genitori, che lo voglia o meno.
E così, giusto per perdere ulteriormente il sonno con qualche anno di anticipo, in questi giorni di vacanza ho riflettuto anche troppo: quasi quasi meglio andare al lavoro. E soprattutto, meglio tornare a pensieri più reali e prossimi: oggi pomeriggio faremo i buchi alle orecchie. A quasi quattordici anni, per colpa della mamma, talmente incauta che ha voluto aspettare che la figlia crescesse e si dimostrasse un pò più attenta e responsabile, invece di regalarle il suo primo paio di orecchini nel giorno del battesimo. Bando alla fretta, e almeno in questa occasione mamma e figlia si sono rilassate. Ogni cosa a suo tempo, anche per le bambine che non vedono l'ora di diventare grandi.
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